The Bona communication

Diario di bordo: Il confine invisibile tra vita e lavoro

È da un po’ che non scrivo.

Forse perché, paradossalmente, negli ultimi mesi ho avuto troppo da raccontare e troppo poco tempo per fermarmi a farlo. O forse perché scrivere significa ascoltarsi, e ascoltarsi richiede silenzio. Un silenzio che oggi faccio sempre più fatica a trovare.

Nei miei ultimi diari ho raccontato cosa significhi costruire un’impresa. Ho parlato delle responsabilità, della solitudine, del peso delle decisioni e di quella sensazione, a volte, di essere l’unico a dover tenere insieme tutti i pezzi.

Rileggendo quelle pagine, però, mi sono accorto che mancava qualcosa.

Il tempo, il vero protagonista

Il tempo.

O meglio, quel confine sottile che separa il lavoro dalla vita. Un confine che, negli ultimi anni, è diventato sempre più difficile da vedere.

Si parla spesso di work-life balance, di quell’equilibrio quasi mitologico tra lavoro e vita privata. Mi chiedo però se esista davvero, soprattutto per chi costruisce ogni giorno qualcosa di proprio.

In realtà, quella ricerca di equilibrio non è una domanda nata oggi.

Più di duemila anni fa Aristotele sosteneva che la virtù risiedesse nel giusto mezzo, nella capacità di trovare una misura tra gli eccessi. È curioso pensare che, ancora oggi, continuiamo a confrontarci con la stessa domanda: qual è il limite corretto tra il fare e l’essere? Tra ciò che costruiamo e ciò che siamo?

Oggi quel confine sembra essersi dissolto.

Quando il lavoro non finisce mai

Viviamo in una società in cui il tempo libero non è più veramente libero.

L’iperconnessione ha cancellato le distanze. Una notifica arriva durante una cena, una telefonata interrompe una passeggiata, un messaggio su WhatsApp trasforma una domenica in un lunedì anticipato.

Non è il lavoro a occupare la nostra giornata.

È la possibilità di lavorare in ogni momento che finisce per occupare la nostra mente.

Il primo dipendente di me stesso

Molti mi definiscono un imprenditore.

Io, in realtà, non mi sono mai sentito tale.

Molto spesso mi sento semplicemente il primo dipendente di me stesso.

Chi mi osserva da fuori vede una videocamera, uno smartphone, delle storie pubblicate sui social, un cliente da seguire durante un evento, una riunione, una trattativa. Vede la parte più visibile del mio lavoro.

Quello che non si vede è tutto il resto.

Le decisioni prese quando tutti gli altri hanno già spento il computer.

Le responsabilità.

Le persone che contano su di te.

I dubbi.

Le notti passate a chiederti se la strada che stai percorrendo sia ancora quella giusta.

La solitudine di chi guida

Oggi attorno a The Bona Communication orbitano più di venticinque persone. Collaboratori, professionisti, soci. Ognuno contribuisce, ogni giorno, a costruire qualcosa di importante.

Eppure, per quanto possa sembrare strano, molto spesso mi sento incredibilmente solo.

Credo sia una sensazione comune a chi guida una realtà.

Perché puoi condividere il lavoro, distribuire le responsabilità, imparare a delegare.

Ma esiste una parte del peso che resta inevitabilmente sulle tue spalle.

La delega perfetta non esiste.

Ogni domanda, ogni richiesta, ogni piccolo dubbio, moltiplicato per decine di persone, diventa una continua successione di situazioni da affrontare.

Non amo chiamarli problemi.

Preferisco definirli situazioni.

Perché ogni situazione porta con sé anche un’opportunità di crescita.

Questo, però, non significa che non sia faticoso.

La corsa continua del digitale

Viviamo inoltre in un settore che cambia continuamente.

Lavoriamo con i social media, uno degli ambienti più veloci che esistano. Ciò che oggi funziona, domani potrebbe essere già superato. Ciò che oggi rappresenta un’opportunità, domani potrebbe non esistere più.

Questa instabilità ti costringe a restare sempre acceso.

Sempre aggiornato.

Sempre pronto.

Sempre competitivo.

E questa continua rincorsa, a lungo andare, presenta il conto.

Il tempo che non lasciamo più libero

Mi torna spesso in mente Seneca quando scriveva che «non è poco il tempo che abbiamo, ma molto quello che perdiamo».

Forse oggi questa frase merita una nuova lettura.

Il nostro problema non è più soltanto perdere tempo.

È non riuscire più a lasciarlo libero.

Ogni momento deve essere produttivo, ogni pausa sembra quasi una concessione, ogni spazio vuoto viene riempito da una notifica, da una mail o semplicemente dal pensiero di ciò che ancora dobbiamo fare.

Quello che nessuno vede

C’è una parte del mio lavoro che nessuno vede.

È quella che sorride anche quando dentro avrebbe soltanto voglia di fermarsi.

Perché fuori devo trasmettere sicurezza.

Devo essere presente.

Devo essere lucido.

Devo dare l’impressione di sapere sempre quale sarà il passo successivo.

Dentro, invece, convivono emozioni molto diverse.

Ci sono giorni in cui vorrei semplicemente restare a casa.

Spegnere il telefono.

Non prendere decisioni.

Non risolvere nulla.

Solo respirare.

La società della prestazione

Il filosofo contemporaneo Byung-Chul Han descrive la nostra come la società della prestazione.

Non siamo più costretti a produrre da qualcuno: siamo noi a pretendere continuamente di più da noi stessi.

Diventiamo imprenditori di noi stessi, convinti che ogni minuto debba essere utile, ogni energia investita, ogni occasione colta.

(Per chi fosse curioso di approfondire questa riflessione, consiglio la lettura di La società della stanchezza di Byung-Chul Han.)

È una riflessione che sento profondamente vicina.

Perché il lavoro che amo è anche quello da cui faccio più fatica a prendere le distanze.

La ricerca di un confine

Forse è questo il paradosso del nostro tempo: abbiamo costruito la libertà di scegliere cosa fare, ma spesso dimentichiamo di scegliere anche quando fermarci.

Continuo a dire che mi sento il primo dipendente di me stesso.

Ma forse le due cose non sono poi così diverse.

Quando il tuo lavoro coincide con ciò che sei, smettere di lavorare significa quasi avere l’impressione di fermare una parte di te.

Ma poi penso alle persone che lavorano con me.

Ai clienti che hanno riposto fiducia nella nostra realtà.

Ai progetti iniziati.

Alle responsabilità che mi sono scelto.

E allora mi rialzo.

Non perché sia facile.

Ma perché sento di non potermi permettere di fare altrimenti.

Forse il work-life balance non è qualcosa che si conquista una volta per tutte.

Forse è una ricerca.

Il confine invisibile

La stessa ricerca che Aristotele chiamava misura, che Seneca affidava al valore del tempo e che oggi Byung-Chul Han ci invita a ripensare in un mondo che ci vuole costantemente performanti.

Continuo a cercare quel confine invisibile.

Non so ancora dove sia.

So soltanto che vale la pena continuare a cercarlo.

Perché dietro ogni azienda non esiste soltanto un logo.

Esiste una persona.

Con le sue paure.

Le sue fragilità.

Le sue notti insonni.

Le sue speranze.

E forse è proprio lì, in quel confine invisibile tra ciò che mostriamo e ciò che siamo, che si nasconde la parte più autentica del nostro viaggio.