Ancora non riesco a dormire.
Sono a letto da almeno un paio d’ore, ma gli occhi restano aperti.
Non è una vera insonnia violenta, di quelle che ti fanno alzare dal letto sconfitto.
È qualcosa di più sottile.
Il corpo è stanco, lo sento chiaramente.
Ma la mente continua a restare accesa, come un motore lasciato al minimo.
Finalmente mi sono addormentato.
Ma mi sveglio poco dopo, cercando con i piedi un angolino un po’ più fresco del letto.
Forse ho caldo.
Forse sono solo sovrappensiero.
Ancora una volta sveglio.
Questa volta sono in piedi, davanti al frigorifero.
Lo apro piano, come se qualcuno potesse rimproverarmi per quel gesto inutile nel cuore della notte.
Prendo l’acqua più fresca che trovo e bevo lentamente.
Non so nemmeno perché mi sono alzato.
So solo che ho sonno.
Lo sento chiaramente.
Eppure non riesco a dormire.
Mi sveglio di colpo con quella sensazione improvvisa di essere in ritardo.
Il cuore accelera un attimo.
Mi giro nel letto, cerco il telefono.
Non lo trovo. È nascosto da qualche parte tra i cuscini o sotto le coperte.
Lo intravedo finalmente tra le pieghe del letto.
Guardo l’orario.
Respiro.
Mancano ancora due ore.
Posso dormire ancora due ore.
Il mondo può aspettarmi ancora per due ore.
Questa volta sono davvero in ritardo.
La sveglia non l’ho sentita.
Quando finalmente il sonno è arrivato, probabilmente ero talmente stanco da ignorare qualsiasi rumore.
È come se il corpo, a un certo punto, avesse deciso da solo:
adesso basta, adesso dormiamo.
Negli ultimi giorni mi sto accorgendo di una cosa curiosa.
Pensavo che queste notti un po’ storte fossero solo mie.
Una fase. Un periodo. Qualcosa di personale.
Poi ho iniziato a parlarne.
Con colleghi.
Con amici.
Con persone incontrate quasi per caso.
E la risposta è stata sorprendentemente simile ogni volta.
Anche loro dormono poco.
Anche loro si svegliano nel cuore della notte.
Anche loro hanno quella sensazione di avere la mente accesa quando tutto il resto vorrebbe semplicemente fermarsi.
Forse è questo il vero segno dei tempi che viviamo.
Le giornate scorrono veloci, piene di stimoli, di responsabilità, di pensieri che si accumulano uno sopra l’altro.
E quando finalmente il corpo si ferma, quando arriva il momento di spegnere tutto, la mente resta lì.
Accesa.
Così iniziano queste giornate strane.
Giornate che partono già con un velo grigio sopra.
Non un temporale, non qualcosa di drammatico.
Piuttosto una specie di nuvola leggera che accompagna i pensieri e rende tutto un po’ più pesante.
Intorno a me vedo molta stanchezza.
Un nervosismo trattenuto.
Una voglia quasi fisica di evadere per qualche ora.
Di staccare davvero.
Non cinque minuti tra una notifica e l’altra.
Non una pausa veloce davanti a uno schermo.
Ma un vero riposo.
Quello in cui si spegne tutto.
Telefoni.
Stimoli.
Aspettative.
A volte penso che avremmo bisogno anche di qualcosa di molto semplice:
fermarci un attimo davanti a uno specchio e guardarci negli occhi.
Concederci il diritto di essere stanchi.
Anche il diritto di crollare un momento.
Anche piangere, se serve.
Non per arrenderci, ma per svuotare quello che abbiamo accumulato dentro.
Perché ogni tanto ce lo dimentichiamo:
è normale attraversare giornate più pesanti.
Le giornate non esistono.
Capitano.
E forse servono anche a ricordarci qualcosa.
Ieri parlavo con un amico, anzi, con un nuovo amico, proprio di questo.
Di quelle giornate in cui vorremmo mollare tutto e andare a casa.
Di quando l’energia sembra non bastare mai.
E forse, in quei momenti, la strategia migliore è anche la più semplice.
Concentrarsi su piccole azioni.
Microazioni quotidiane.
Finire una cosa.
Poi un’altra.
Poi un’altra ancora.
Anche una cosa piccola, ma completata davvero fino in fondo, può cambiare l’umore di un’intera giornata.
Perché quando arrivi alla sera e ti rendi conto che, nonostante tutto, qualcosa l’hai portata avanti, succede qualcosa dentro.
Ti ricordi che sei più forte di quello che pensavi.
Che quei chiodi invisibili che sembravano ancorarti a terra non erano poi così forti.
E allora capisci una cosa.
Le giornate grigie esistono.
Esistono per tutti.
Oggi, intorno a me, vedo molte persone attraversarne una.
Ma forse proprio per questo dovremmo ricordarci che non siamo soli.
Essere gentili con qualcuno.
Aiutare un collega.
Fare un sorriso quando in realtà vorremmo arrabbiarci.
Sono gesti piccoli.
Ma a volte bastano per aiutare qualcuno — o noi stessi — a portare a termine quella microazione della giornata che ci farà sentire un po’ più forti.
Il grigio esiste.
Ma non è l’unico colore del cielo.