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Diario di bordo – Dietro la performance: la fragilità di chi costruisce

Diario di bordo - Dietro la performance: la fragilità di chi costruisce

Negli ultimi anni ho iniziato a sentire il bisogno di scrivere alcune riflessioni su quello che significa, oggi, provare a costruire qualcosa. Un’azienda, un progetto, una carriera o semplicemente una strada propria. Non è un racconto di successi, ma una specie di diario di bordo: appunti sparsi di un percorso fatto di entusiasmo, errori, cambi di rotta e momenti in cui si impara che anche lo stare male, qualche volta, fa parte del viaggio.

La cultura della performance: perché oggi dobbiamo sembrare sempre al massimo

Viviamo in un’epoca in cui sembra che tutti debbano essere sempre al massimo. Studenti brillanti, professionisti impeccabili, imprenditori sempre in crescita. Sui social vediamo persone correre, produrre, raggiungere risultati, raccontare traguardi. È una narrazione continua di performance.

Ma la vita reale raramente è così lineare.

Dietro ogni percorso esistono momenti molto meno raccontati: le giornate storte, i dubbi, le pause, la fatica di tenere insieme ambizione e realtà. Eppure proprio queste parti sembrano non avere spazio nel racconto pubblico delle nostre vite.

L’imprenditoria raccontata sui social non è quella che si vive ogni giorno

“Perché nessuno ci insegna a stare male mentre proviamo a costruire qualcosa”

Provare a costruire qualcosa di proprio… un’azienda, un progetto, un percorso professionale, significa spesso muoversi dentro una tensione continua. Da una parte c’è l’entusiasmo di ciò che potrebbe diventare, dall’altra c’è la realtà fatta di responsabilità, errori e incertezze.

Ci sono momenti in cui le cose funzionano e sembra che tutto stia prendendo forma. E poi ci sono momenti più silenziosi: quelli in cui ti chiedi se stai facendo le scelte giuste, se la direzione è quella corretta, se tutta l’energia che stai investendo troverà davvero un senso.

Sono momenti normali, ma raramente vengono raccontati.

Dietro ogni imprenditore c’è fatica, dubbi e momenti invisibili

Una delle cose che ho imparato in questi anni è che spesso proviamo a nascondere la fatica. Lo facciamo per abitudine, per pudore, o semplicemente perché la cultura in cui viviamo non lascia molto spazio alla fragilità.

Dire che siamo stanchi, che qualcosa pesa, che una giornata non è andata bene sembra quasi una debolezza.

E invece è esattamente il contrario.

Perché reprimere continuamente dubbi, stanchezza ed emozioni crea un accumulo invisibile. Un accumulo che prima o poi presenta il conto: burnout, distanza da ciò che facciamo, perdita di energia.

Resistere senza crollare: la vita reale di chi costruisce qualcosa

Ci sono periodi dell’anno in cui questa dinamica diventa ancora più evidente. Penso alle settimane prima di Natale, quando il lavoro accelera, le richieste aumentano e le aspettative crescono.

In quei momenti si tira sempre un po’ di più la corda. Si pensa che basti stringere i denti ancora qualche settimana, ancora qualche giorno.

Ma la verità è che nessuno può reggere sempre allo stesso ritmo.

E forse il punto non è arrivare al limite per legittimare una pausa. Il punto è imparare prima a riconoscere quando siamo stanchi.

Il diario di bordo di chi costruisce: resistere, imparare e raccontare la fatica

Questo diario di bordo non parla solo di me.

Parla anche dei tanti ragazzi che incontro ogni giorno. Persone che stanno provando a costruire qualcosa: una carriera, uno studio, una startup, un progetto creativo. Persone che lavorano molto, che investono energie e che spesso convivono con una tensione continua tra ambizione e paura di non essere abbastanza.

Il mio percorso, in fondo, assomiglia al loro più di quanto sembri.

È il percorso di chi prova a costruire qualcosa partendo da piccolo.
Di chi cambia strada più volte.

Di chi resiste molto più di quanto racconta.

Forse dovremmo iniziare a normalizzare una cosa molto semplice: stare male, a volte, fa parte del percorso.

Non ci rende meno capaci.

Non ci rende meno ambiziosi.

Non ci rende meno determinati.

Ci rende semplicemente umani.

E forse una società più sana è proprio quella in cui possiamo dirlo senza sentirci fuori posto.

Questo è il mio diario di bordo, ma anche un pò il vostro, perchè in fondo il mio mondo è lo stesso di tanti altri.

Grazie,

Francesco Mastrodonato, quello che sognava di fare l’imprenditore, e che oggi forse sogna molto di più.